942 Ronta

Ronta è una frazione del Comune di Cesena che si sviluppa lungo la Via Ravennate, all’interno del quartiere “Ravennate”, appena a sinistra del fiume Savio, a circa 6 km dal centro cittadino. Vi si trova una Pieve Romanica ultramillenaria (probabilmente del 942 d.C.). Recentemente, in occasione di alcuni lavori di scavo per la costruzione del canale irriguo emiliano romagnolo, sono stati rinvenuti resti di antiche fornaci di epoca romana.

Il toponimo Ronta deriva dal latino terra aronita, espressione usata dai Romani per indicare terra smossa, coltivata. Esistono comunque depositi comprovanti la presenza dell’uomo nel territorio rontano sin dall’epoca preromana. Con l’età del Bronzo, attorno al VI secolo a.C., il popolamento della pianura cesenate, compresa la zona di Ronta, comincia ad avere una certa consistenza e diffusione. Alcuni resti dell’età del Bronzo sono stati rinvenuti al Guado della Fornasaccia, localizzato a sud di Ronta sul fiume Savio: sono frammenti di giare, tazze in ceramica, spatole ricavate da ossa spaccate, punte di frecce in selce, un macinello in pietra calcarea e resti di ceneri e carboni, testimoni di un antichissimo insediamento di uomini che abitavano in capanne. L’arrivo dei Romani provoca la progressiva scomparsa dei popoli che fino ad allora avevano abitato questa zona. Vengono fondate diverse colonie e con la tecnica della centuriazione viene diviso il territorio tramite linee ben precise chiamate Cardi e Decumani che, assieme alla linea naturale formata dal fiume Savio, delimitano tutto il territorio (numerosi reperti archeologici documentano l’insediamento in età romana: laterizi, strati fittili e la testina di marmo, ritratto femminile del I secolo d.C. venuta alla luce proprio presso l’abitato di Ronta). La colonizzazione romana darà un grosso incremento anche alle comunicazioni marittime aumentando l’influsso del porto di Ravenna e della cultura ravennate sul territorio. Nella fondazione della Pieve è evidente l’intervento della chiesa di Ravenna, documentato dal fatto che alcuni monasteri e la cattedrale avevano a Ronta il possesso di molti fondi, con la conseguenza che coloni ravennati in grande numero proseguirono l’opera dei Romani nelle maglie della centuriazione. Sin dal 1200 i canonici della cattedrale estendevano la loro giurisdizione sulle pievi del contado. Nel 1465 diviene arciprete della Pieve di Ronta il canonico Paolo Poliziano, che ha lasciato tracce di sé anche sul Battistero (1503) e nel tabernacolo. Un anno dopo abbraccia il progetto di restaurare la Pieve di Ronta che è in stato di abbandono e risiede nella canonica. I lavori di restauro proseguiranno per anni dopo la morte del canonico, fino al 1519 quando, a seguito della rinuncia del canonico don Giovanni Battista da Montepulciano, la Pieve diventerà proprietà, su richiesta dell’Abate, del cenobio dell’Abbazia del Monte. Tale data è incisa sul fronte del Tabernacolo assieme allo stemma dell’Abbazia del Monte; lo stemma è riprodotto pure sulla pila dell’acqua santa nella chiesa. Da allora, e per lunghi anni, l’Abate pro-tempore funse da parroco nella chiesa, governandola per mezzo di vicari. Questo passaggio di proprietà non avvenne senza controversie e ne sono testimonianza processi e cause susseguitesi per circa tre secoli, tra l’Abate e il Vescovo circa la giurisdizione. Fu solo il 23 marzo del 1830 che l’Abate del Monte restituì la proprietà al Vescovo di Cesena.

La Pieve di Ronta dal latino Plebs, popolo, comunità di battezzati come filiazione della chiesa Ravennate si eleva ad un incrocio della centuriazione e la sua nascita è riferibile al preesistente abitato romano, pur presentando un chiaro stile architettonico ravennate – bizantino. La pieve è ricordata per la prima volta in documento del 942, un contratto in cui la badessa di S. Martino di Ravenna dà in enfiteusi il fondo di Busseto, sito in “territorio Cesenate Plebe S. Maria in Ronta” (il suo ambito giurisdizionale si estendeva proprio ai confini della diocesi di Cesena con il territorio ravennate). Enfiteusi di terre nel plebato di Ronta da parte degli arcivescovi metropolitani compaiono in documenti fino al 1265. La Pieve, costruita quindi nell’VII secolo, deve ad epoche successive ma non troppo distanziate, le due sopraelevazioni. Il primo elemento in ordine di tempo ad aggiungersi all’originario impianto basilicare è la cripta, non visibile perché interrata nell’ultimo dopoguerra, altro elemento, successivo alla costruzione della chiesa, è la torre campanaria: vari assaggi ne hanno individuato la presenza pochi metri a nord-ovest dell’attuale facciata; presenta la forma cilindrica tipica della tradizione dei campanili ravennati. Le fondamenta di un quadri-portico sono inoltre venute alla luce proprio dinnanzi alla parte mediana della facciata, a circa due metri di profondità.

La chiesa, così come oggi ci appare, presenta una pianta basilicale a tre navate con la caratteristica abside a sette lati rivolta ad oriente. L’interno, spartito da due serie di otto archi, risulta interamente soffittato in mattoni, con capriate nella navata centrale e travature a capanna in quelle laterali. L’esterno è caratterizzato, ai fianchi della navata maggiore, dalla esatta disposizione delle otto finestre diaframmate lunghe e strette, ai fianchi delle navate minori, da una serie progressiva di lesene (queste, però, mancano della navata nord che risulta rifatta). tre finestre si aprono anche nella parte centrale dell’abside, mentre nelle pareti di fondo delle navi minori si vedono ancora due finestrelle a doppia strombatura e diaframmate al centro.

Nel settembre del 2005, durante i lavori per la realizzazione del Canale Emiliano Romagnolo, sono state scoperte a Ronta delle fornaci romane. Esse sono le più integre mai rinvenute in Emilia-Romagna e forse in tutta l’Italia Settentrionale. Il complesso risale al II secolo a.C. ed è composto da tre fornaci di forma rettangolare di grandi dimensioni, la pavimentazione fu fabbricata in mattoncini. All’interno di esse si producevano laterizi (Roma antica)

(Fonte WikipediA)

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