La ghiacciaia o conserva

Non è più possibile datare la ghiacciaia esistente a San Giorgio, la sua nascita si perde nella notte dei tempi, Ma di sicuro a origini antiche. Si sa che le ghiacciaie erano costruite dalle famiglie benestanti in un posto accessibile, non lontano dall’abitazione. Per quanto riguarda quella di S. Giorgio, sorgeva su di un terreno del signor Cleto Nicolucci (soprannominato “Davét”) che deteneva la proprietà del terreno situato lungo la Via San Giorgio (Via Torre), sia a destra (dopo essere stato lottizzato, dando vita a tutte le case sorte lungo il lato ovest della “Majèla” all’incirca fino all’altezza dell’attuale farmacia, quel terreno fu acquistato successivamente dalla famiglia di Nicola Sirri, “Prugnìn”) sia a sinistra (era il terreno che confinava coi lati ovest e nord della torre malatestiana e che fu acquistato dalla famiglia Basini, “I Fébar”) dell’attuale Via Montaletto (allora Via Macina).

Davét era il maggior possidente residente a S. Giorgio: oltre al suddetto terreno era proprietario dell’immobile attualmente sede del bar e della sala Aurora, nel quale trovavano ubicazione, ad inizio ‘900, un negozio di alimentari, l’osteria, il gioco delle bocce ed il “camerone” adibito a sala da ballo; inoltre possedeva il podere di oltre 30 tornature situato all’angolo nord-est fra la Via Calabria e la Via Cerchia San Martino (fond ad “Inuzent”) ove attualmente abitano la famiglia Aldini e le tre famiglie Altini.

“Davét”, dunque, era il proprietario del terreno situato nell’angolo a sud ovest dell’incrocio fra le Vie Montaletto e San Giorgio. Su questo pezzo di terra esisteva un curioso manufatto, rappresentato dalla “conserva” che era una cupoletta di laterizi ricoperta di terra e di robinie, entro la quale venivano accatastati cibi e bevande per mantenerli al fresco, con un ingresso, posto a nord e che scendeva in profondità, riempita con neve battuta nei mesi invernali per mantenere il fresco fino ad estate inoltrata. Ancora visibile oggi ha mantenuto la sua forma circolare e lo scolo centrale. “Davét” la utilizzava sia per conservare i cibi e derrate utilizzate nei suoi locali, come noi oggi usiamo il frigorifero, con la differenza che allora era il massimo dell’eco compatibilità, sia concedendola in uso a terzi, in particolare a Francesco Biasini (“Chichin”, padre di Oddo, futuro esponente di spicco del P.R.I., deputato e ministro) che aveva uno spaccio in cui si vendevano alimentari, carne, sale e spezie, ma anche petrolio per illuminazione. Chichin usava macellare per conto proprio i suini e poi lavorare le carni e per mantenere freschi i cibi utilizzava quella conserva.

Attorno agli anni 1925 ,“Chichin” allargò la sua attività di vendita anche alle carni bovine ed a tal fine costruì un piccolo fabbricato, dove oggi abita la famiglia Hu, per tenerci le carni. All’interno vi mise il primo frigorifero di San Giorgio che era costituito da un mobiletto con due cassetti, uno sopra l’altro: in quello sotto vi teneva la carne, in quello sopra il ghiaccio, che ogni settimana era da rinnovare, andandolo a prendere in bicicletta a Cesena. Il pezzo di ghiaccio era costituito da un parallelepipedo con la base 30×30 cm e alto quasi un metro, trasportato per otto chilometri in bicicletta, tutto  ricoperto da stracci per limitare lo scioglimento. Anche se il vero primo frigorifero domestico, come oggi li conosciamo, fu messo in vendita per la prima volta nel 1913. A San Giorgio prima di vederne uno abbiamo aspettato fino oltre il 1950.

Negli anni ‘30 “e Fin e la Mora”Giuseppe Valzania e Ersiglia Castorri, comprarono quell’area d’angolo e costruirono la loro casa sopra la conserva, che così fu trasformata in cantina, lasciando però l’originario ingresso della conserva all’esterno dei muri, coperto da un coperchio in legno e lamiera, cosicché, gli abitanti del borgo, conoscenti stretti o vicini fidati, utilizzavano quell’unica possibilità per le loro poche cose da mantenere, come un’unica famiglia allargata, usanza che probabilmente derivava dall’uso comune del passato.

GhiacciaiaPrima2

Questa foto è di una ghiacciaia di Cornaredo (MI), ma rappresenta fedelmente come appariva ai passanti di San Giorgio nei primi anni del 900. L’unica differenza è che vi era anche una fontana posta ai margini dell’incrocio. Una colonna di mattoni intonacati con una pompa a mano che andava a pescare nel pozzo sottostante, pozzo coperto ma ancora esistente.  Fonte di acqua pubblica per i paesani. Fu chiusa circa nel 1960 senza non poche polemiche, chi la utilizzava ricorda che negli ultimi anni usciva un’acqua giallognola dal sapore ferruginoso, per alcuni curativa. In realtà ritenuta dall’ amministrazione comunale inquinata dal fosso di scolo della via Montaletto, proveniente da ovest che passa a fianco del pozzo.

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Giacciaia o conserva

La ghiacciaio oggi

Tarcisio Raggi, Lando Barbieri. 2013

Fonti: Terzina Santarelli,Viliam Fagioli, Aldina Valzania.

Concetti basilari

Tenendo conto della bibliografia disponibile riferita ad altre ghiacciaie analizziamo i concetti basilari per la costruzione di questi particolari frigoriferi.

strutturaghiacciaiarid.

1. Forma delle ghiacciaie.

Le prime ghiacciaie ebbero una origine spontanea nelle zone montane, infatti i montanari notarono che nelle buche e in particolari depressioni naturali la neve si manteneva a lungo, anche quando nei prati vicini da tempo la neve si era sciolta al sole. Per le prime ghiacciaie furono utilizzate caverne naturali, dove la neve veniva introdotta da una apertura che poi veniva chiusa e protetta con vegetazione. Poi sorsero le “nevere”, che non erano altro che buche scavate nel terreno a forma circolare a sezione tronco-conica. Tale forma derivava inizialmente da ragioni statiche dovute all’angolo di attrito del terreno, ove era scavata la ghiacciaia. La pianta circolare rappresentava una buona soluzione statica per contenere la spinta del terreno sulle superfici perimetrali delle ghiacciaie. Tale spinta poteva considerarsi bilanciata o trascurabile nei periodi invernali, primaverili ed estivi, in quanto contrastata dalla pressione interna del ghiaccio verso le pareti.

 

2. Drenaggio per lo smaltimento dell’acqua di scioglimento. 

Quando si sceglieva la posizione, dove costruire una ghiacciaia, preferibilmente ci si orientava verso un terreno asciutto, riparato dai raggi solari ed in prossimità di un luogo, ove reperire facilmente neve o ghiaccio da stipare all’interno. Per evitare che le acque di scioglimento stagnassero a contatto del ghiaccio medesimo, accelerando il processo di scioglimento, occorreva predisporre un opportuno sistema di drenaggio.

 

3. Accesso rivolto a Nord con bussola di accesso a doppia porta. 

L’orientamento a Nord era importante affinché, durante l’accesso alla ghiacciaia nel periodo estivo, i raggi solari non colpissero la porta e, con l’apertura della porta, non entrassero lungo il cunicolo.  L’accesso alla ghiacciaia era sempre munito di doppio sistema di chiusura. Le porte dovevano essere poste a sufficiente distanza in maniera di consentire, durante il deposito od il prelievo del ghiaccio o delle derrate alimentari, di chiudere una porta prima della apertura della seconda. Questa tecnica costruttiva riduceva al minimo il contatto dell’aria esterna con quella interna a temperatura più fredda. L’esempio tipico è quello del nostro frigorifero: se dimentichiamo la porta aperta, costringiamo il motore a produrre altro freddo, mentre nel caso della ghiacciaia rischiamo di perdere il freddo, che non potremo più recuperare.

 

4. Sfiati per smaltire l’aria umida all’interno della ghiacciaia. 

Quando la ghiacciaia non era per lungo tempo utilizzata, la camera d’aria, sovrastante la massa del ghiaccio a contatto con le pareti a temperatura più calda, tendeva a condensare. Questa aria umida a contatto del ghiaccio ne poteva facilitare il suo scioglimento. Ecco allora sorgere la necessità di munire la parte superiore della volta di copertura di appositi sfiati, che favorivano un modesto ricambio d’aria.

 

5. Utilizzo di paglia od altro materiale coibente a contatto del ghiaccio. 

Conosciamo il fatto che la temperatura del terreno non scende mai al di sotto di 7-9 gradi; pertanto era necessario proteggere il contatto del ghiaccio con la struttura, pareti e fondo della ghiacciaia ed a questo scopo venivano usati materiali coibenti più eterogenei quali paglia, pula di riso o foglie secche. Questi materiali, oltre ad essere disposti sul fondo o contro la superficie laterale, venivano anche interposti fra strato e strato del ghiaccio; questo evitava, specialmente nelle grandi ghiacciaie ove il ghiaccio veniva anche prelevato e venduto, di evitare che la massa divenisse un unico blocco di ghiaccio. L’interposizione del materiale coibente consentiva, dove necessario, di mantenere integra la pezzatura delle forme di ghiaccio, ottenute dal prelievo, in apposite pozze adiacenti alla ghiacciaia.

 

6. Copertura delle ghiacciaie.

La temperatura esterna o direttamente i raggi solari o le acque meteoriche avrebbero posto a grave rischio la conservazione del ghiaccio all’interno delle ghiacciaie. Allo scopo, secondo i luoghi di edificazione, si adottarono vari metodi esecutivi: cupole in muratura, strutture lignee con tetti in paglia e nelle zone montane coperture con grandi lastre di pietra. Per potenziare la coibentazione della copertura, quando la portanza della struttura lo consentiva, era consuetudine coprire la ghiacciaia con uno strato di terreno naturale. Ecco allora le caratteristiche collinette che un tempo era possibile notare in parchi o nelle vicinanze delle case signorili.

 

7. Ubicazione ghiacciaie e protezione dai raggi solari.

Quando si iniziò a costruire le ghiacciaie al di fuori delle strutture abitate, per la loro ubicazione furono tenuti in debito conto diversi fattori essenziali:  la vicinanza al luogo, ove realizzare una pozza per la produzione del ghiaccio, un terreno elevato ed asciutto, la comodità di accesso per riporre e prelevare le derrate alimentari, la prossimità di zone ombreggiate, all’interno di giardini e parchi, al riparo dall’ irradiamento solare. Quando i primi fattori condizionavano l’ubicazione della ghiacciaia in zone prive di vegetazione, allora si provvedeva a creare artificialmente la protezione necessaria. La collinetta e l’area della ghiacciaia venivano piantumate con essenze arboree ed arbustive. Nel caso specifico della ghiacciaia della cascina Favaglie si racconta che, oltre a varie specie di alberi, anche la vite venisse coltivata sulla sua sommità. Infatti la presenza di tutte queste specie arboree fu la causa del degrado della cupola e delle pareti perimetrali, perché, oltre alle sollecitazione trasmesse dagli alberi di alto fusto dall’azione del vento, anche l’apparato radicale aveva profondamente intaccato la struttura costituita da una muratura di  mattoni.

 

8. Profondità dal piano di campagna.

Nelle zone montane, o in presenza di dossi naturali la possibilità di scavare una buca con uno scarico dei drenaggi verso valle, non poneva limiti, se non strutturali, alla profondità delle ghiacciaie. Anche in pianura solitamente la ghiacciaia veniva incassata nel terreno, ma era una cosa diversa: il posizionare una ghiacciaia in profondità poteva comportare seri problemi per l’evacuazione delle acque di scioglimento del ghiaccio e inoltre in particolari zone si doveva tenere in debito conto il livello della falda acquifera. Con una ghiacciaia troppo profonda, questa poteva addirittura essere invasa dalle acque con gravi conseguenze per il ghiaccio e per le derrate alimentari, conservate al suo interno. Come già descritto, l’impossibilità di scavare in profondità veniva risolta, creando un rialzo di terreno intorno alla ghiacciaia.

 

9. La massa del ghiaccio. 

La costruzione delle ghiacciaie andò man mano perfezionandosi così da raggiungere dimensioni considerevoli. Con l’aumentare delle dimensioni aumentò anche il volume del ghiaccio stivato al suo interno con un maggior volano termico che facilitava la conservazione del freddo nelle ghiacciaie. Sorsero così al posto delle prime ghiacciaie grandi magazzini di stoccaggio: si pensi che negli Stati Uniti il ghiaccio veniva caricato mediante nastri trasportatori che lo convogliavano all’interno di grandi capannoni coibentati lunghi centinaia di metri. Con le nuove tecnologie di approvvigionamento e stoccaggio saremmo giunti a costruire sistemi per la conservazione del ghiaccio naturale sempre più grandi, se non fosse stato inventato il modo di produrre il ghiaccio artificiale. Con la nascita dell’industria delle fabbriche del ghiaccio, che potevano produrlo secondo il fabbisogno senza la necessità dello stoccaggio, piano piano le ghiacciaie furono messe in disuso. Alcune vennero demolite, altre abbandonate al degrado del tempo. Di recente è rinato l’interesse per queste particolari strutture, provvedendo al loro restauro ed alla conservazione della “mamma di tutti i frigoriferi”.

 

10. Sistemi antinquinamento.

Come riscontrato nella rimozione del terreno di copertura della ghiacciaia della cascina Favaglie tutto l’estradosso della volta era rivestito da uno strato spesso 5.6 cm di carbonella di legno. Si ipotizza che questo strato fosse un sistema di filtro a carboni attivi atto ad impedire il percolamento di liquidi inquinanti all’interno della ghiacciaia.

 

La ghiacciaia, dalla quale sono state dedotte per buona parte le cognizioni costruttive elencate nei punti precedenti è quella della cascina Favaglie a Cornaredo (MI), http://www.ghiacciaiafavaglie.it restaurata dai volontari di Italia Nostra con un lungo lavoro durato più di venti anni. Ora questa struttura, parte integrante del complesso museale collegato al Punto Parco Agricolo Sud di Milano “Cascina Favaglie”, è visitabile.

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