1403 Il castello di San Giorgio

Ascolta la storia del “Il Castello che non c’è

Acquarello di Don Bonafede Montanari 1883

Acquarello di Don Bonafede Montanari 1883

Il Castello che non c’è

Del castello di San Giorgio, rimangono solamente le sculture che adornavano la torre, esposte alla biblioteca malatestiana, e dei documenti storici, che ci raccontano della sua esistenza. Le prime notizie di San Giorgio in Piano risalgono al 973 quando il duca Pietro e la moglie Aczia, donarono la chiesa, la corte e i servi della gleba annessi a San Giorgio, al Monastero di Sant’Apollinare Nuovo di Ravenna, per la costruzione di un monastero peraltro mai realizzato. Nell’aprile del 1401, Carlo Malatesti intraprese le trattative per acquisire i poderi di San Giorgio e grazie al vescovo di Bertinoro, riuscì a scambiarli con i poderi di Sant’Egidio. I documenti riportano i nomi dei possedimenti e dei confini, ben descritti e a tutt’oggi individuabili, con“Baimolile” Bagnile “Cortina” e Maseria” Masiera. A quei tempi il territorio si presentava scarsamente popolato con zone boschive e a pascolo. Nel 1403 si inizia la costruzione del castello di San Giorgio, per volere di Carlo Malatesti e proprio nel periodo in cui Cesena era colpita dalla peste. Il castello doveva essere una residenza di caccia,  piacere e con funzioni di magazzino per le granaglie coltivate, lo si spendeva Sopprattutto, come avamposto di protezione alla Potente Repubblica di Venezia. I Malatesti ebbero ingenti interessi in Lombardia, al punto che una figlia di Andrea, Antonia, nel 1408 divenne moglie di Giovanni Maria Visconti. Dal trittico scultoreo che era esposto sulla torre del castello di San Giorgio, evidenzia il legame delle due famiglie. Le figure esterne (una pantera ed un elefante, di eguale dimensioni  rappresenta l’unione Visconti-Malatesti, entrambe molto legate al santo guerriero che uccide il drago.

Bassorilevo che era sulla torre del castello di San Giorgio, ora esposto alla biblioteca Malatestiana

Bassorilievo inserito sulla torre del castello di San Giorgio, ora esposto alla biblioteca Malatestiana

Dopo la scomparsa del marito, Antonia ritornò a Cesena 1412 ed i rapporti fra le due famiglie già precari, divennero pessimi. Ne è un esempio l’assalto e la conquista da parte dei Malatesti della porta Vercellina di Milano nel 1409, dalla quale furono asportate le catene e la campana che andarono ad adornare, come trofeo di guerra la torre del castello. Dopo la morte di Andrea nel 1409, il fratello Pandolfo prosegui la costruzione del castello terminata attorno al 1424. Il corpo centrale era costituito da un magnifico palazzo tutto in volta, inserito in una cinta quadrata ti mura spesse 4 metri, ogni lato misurava 200 piedi, 107 metri e su ciascuno dei 4 angoli c’erano torrioni rettangolari sporgenti dalle mura. Osservandola dal lato sud si sarebbe notata, fra i baluardi, una piccola torre e un’altra enorme, in linea con le mura ed eretta esattamente sull’incrocio delle due vie San Giorgio e Montaletto, per avere le strade sorvegliate a vista. Nel 1435, Sigismondo Pandolfo e Domenico Malatesta Novello si divisero lo stato e a quest’ultimo rimasero , Cesena, Bertinoro, Meldola, Sarsina, Roncofreddo e i castelli del piviere di Sestino. Il castello di San Giorgio Faceva parte, ed era l’avamposto del sistema difensivo di Cesena, con i paesani eretti a esercito, diventando una extraterritorialità rispetto Cesena. Nel 1462 la pestilenza, portò le casse di Malatesta in rosso, non avendo figli, si decise che alla sua morte i beni sarebbero tornati alla chiesa. Deceduto nel 1465 il debito ammontava a 6000 ducati, più vi dei lavori iniziati da completare, I papi emanarono varie disposizioni, fra qui la vendita dei vasti terreni di San Giorgio. In quel periodo, nel castello, si succedettero dei custodi castellani, che dietro compenso lo presidiavano e assieme ai contadini sorvegliavano la zona. In un documento del 1489, si legge, “El magnifico palazzo, tutto in volta nello castello de Sangiuorgio fora de Cesena, fatto dal signor Malatesta, questo anno fu tutto getato a terra da Francesco deli Ubaldini, per vendere le prede e guasto quello bello edificio biasimato de ognomo” . Le pietre servirono per edificare la chiesa di San Domenico nella contrada Ceserina. L’alleanza Fra il papato e Venezia, la guerra portata in Italia da Francesco Primo di Francia e il sacco di Roma, fecero passare in secondo piano le vicende di un piccolo avamposto dello Stato della Chiesa.

Pianta della cinta mutaria e torri XVIII secolo

Pianta della cinta muraria e torri XVIII secolo

Dal 1531 i documenti tornano a parlarci e ci raccontano di un tentativo di impadronirsi del Castello. Alessandro Pasolini di Cesena, scrisse una “supplica” Clemente VII, il Papa rispose. Si concede al Pasolini Una torre chiamata San Giorgio… scoperchiata, diroccata e minacciante il crollo compresi i terreni circostanti. Venivano concessi in perpetuo, al richiedente e ai suoi eredi in cambio di una libbra di cera come canone. I saggi di Cesena non tennero conto di questa supplica e continuarono ad affidarlo a nuovi castellani, tutto cambiò nel 1585 dove si iniziò ad affittare il castello, il primo,  cavaliere Lancillotto Lancetti al prezzo di sedici scudo d’oro annui. Nel 1627 Si concedeva in locazione a Don Nucci che era anche il parroco di San Giorgio, Promosso a vicario generale nel 1632 se ne andò, la sciando le mura con evidenti tratti mancanti, per l’utilizzo dei mattoni, nel restauro della chiesa. I trofei esistenti nella torre, vennero rimossi nel 1820 e collocati nelle scale del palazzo comunale.

La torre di San Giorgio disegnata daRomolo Liverani 1851

La torre di San Giorgio disegnata da Romolo Liverani 1851

Negli anni il degrado continuò e nel 1834, poiché in possidenza Comandina necessitava di una nuova chiavica, il Magistrato ordinò di utilizzare le pietre delle mura, considerata ormai, una cava. Giuseppe Gentili, affittuario e poi dal 1845, proprietario esclusa la torre, per la cifra di 498,55 scudi, Chiuse il fossato e aggiunse una stanza al fondo comandina.

torre

Foto della torre

Dopo l’unità d’Italia si cominciò ad istituire scuole pubbliche, la torre ospitò la prima elementare dall’anno scolastico 1869-1870 col maestro Viano. Durante la seconda guerra mondiale la torre veniva usata come rifugio aereo, il 18 ottobre del 1944 due tedeschi, entrarono nella torre la minarono e la mattina seguente la fecero esplodere assieme al campanile che rovinò sulla chiesa. Le pietre della torre furono utilizzate per chiudere le buche nelle strade e riparare le case. Nel 1954 il terreno su cui sorgeva la torre fu venduta a Domenico Mondardini “il dottorone di san Giorgio”, che costruì la sua abitazione, Oggi di proprietà del direttore d’orchestra Jader Abbondanza.

Questo testo è un riassunto di Lando Barbieri tratto dal libro “San Giorgio tra cronaca e storia”, società editrice Il Ponte Vecchio stampato nel 1997.

torre

disegno

Chiesa

Nello Zoffoli, nato a San Giorgio il 15 aprile del 1918 di professione artigiano ha dedicato il suo tempo libero alla composizioni di puesie.

Ci ha lasciato, tra le tante una poesia dialettali da lui scritte, una sulla torre di San Giorgio, composta da sette strofe intercalate da ritornello.

La stòria dla Tòra ad San Zòrz

Ritornello:

L’éra granda, l’éra èlta, cla faséva paura…

La tòra ad San Zòrz in tla pianura!

Una vòlta a San Zòrz u’ ì éra una vècia tòra

Cun un gran curtil, tot intorna ad fora.

I burdel ì zughiva da la sera a la matèna

E la zenta i la ciameva malatestiena.

(rit.)

Ad dé, in tla veta, l’éra tot un strìd

Sota i cop, i pasarot ì faceva i nid.

A la sera, l’era tot un frol ad rundanun

Che cun la zveta i faséva un gran fum!

(rit.)

A la dménga, da Ciséna, l’ariveva Bruchìn

Che cun al su zirundeli e faséva e’ birichìn.

Daventi a la tòra uss miteva in te dopmezdé

E a tot la zenta e cuntéva i fat de dé.

(rit.)

In tla tòta i burdel ì andava a scola

e la storia i la cunteva cme una fola.

Ma un brot dé e s-ciupet la guera

E par tot e finet la bona stela!

(rit.)

Tot la zenta in tla tòra i curiva

Quand e’ canun in lunanenza uss santiva!

Tre volti San Zòrz e fot bumbardè

E nènca la cisa, la guera la faset caschi!

(rit.)

Ma par la nostra bèla tòra, l’arivét un brot dé

Chi vigliach ad Tedesch i minet i quatar cantun

E propi in te mezdé, in tun gran fum,

la zenta, cun al gozli a’i occ, i l’avdet a caschi!

(rit.)

E nostar maèstar, sta stòria, uss a cuntè,

e nunet viciun ad quinta avem imparè

che la guera, par tot e’ mond, l’è una vigliacheda

e l’è ora che la zenta i trova la bona streda.

(rit.).

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