1900 a S.Giorgio

Di Romano Pieri, insegnante a San Giorgio negli anni 1950. Testo preso dal libro San Giorgio tra cronaca e storia, società editrice il ponte vecchio stampato nel 1997.

libro

Il Paese San Giorgio attorno all’anno 1900 o poco più.

Il paese era concentrato in un’ area ristretta lungo quattro strade: quella del Montaletto, oggi via Montaletto, che portava a Cesenatico. Quella che si dirigeva verso Cervia attraversando “i bosconi” oggi Via San Giorgio, la Macina, Oggi via Montaletto, che finiva nella Ravennate raggiungendo il fiume Savio e la strada che conduceva a Cesena attraverso la Majèla, Via San Giorgio andando a sud dal paese.

Dal crocevia partiva inoltre un vicolo chiuso chiamato i Stivalun, gli stivaloni, fra il fornaio e la casa dei Bilancioni, forse perché nella cattiva stagione era praticabile soltanto con calzature pesanti, oppure per la sua forma a stivale.

Le case apparivano modeste, in gran parte sistemate a schiera, un paio costruite coi mattoni della mura di cinta della torre, secondo quanto si tramandava, alcune, coperte “a palazzo”, che portavano ancora un segno residuo di distinzione, mentre sul profilo piuttosto basso del panorama spiccavano la mole della torre e quella più bassa e massiccia del campanile.

Un curioso manufatto era rappresentato dalla “conserva” che era una cupoletta di laterizi ricoperta di terra e di robinie, entro la quale venivano accatastati cibi e bevande per mantenerli al fresco, Il paese risultava una funzionale concentrazione di servizi che rendevano più comoda la vita e attenuavano l’isolamento dalla città distante otto chilometri.

Per le pratiche del culto c’era la chiesa con la facciata rifatta e con una bella tela di San Giorgio a cavallo, affumicata dalle candele, collocata in bella vista nell’abside e andata distrutta dal bombardamento aereo nella seconda guerra mondiale.

Nella nudità quasi assoluta delle pareti, il pittore sordomuto cesenate Fortunato Teodorani, che provvedeva anche ad addobbare le navate in occasione delle feste, aveva decorato con rose le due nicchie degli altari laterali.

Il camposanto era rimasto a lungo in uno spazio adiacente, invaso dalle erbacce dopo l’abbandono, dove Pirulini andava di notte a svariare la cavalla bolsa facendo morire dallo spavento i malcapitati che indugiando sotto la mura per un elementare bisogno, si sentivano piombare sulla testa un voluminoso sacco di gramigna.

Venne trasferito poi nella viola vicina e affidato in custodia a Pitlin che aveva il cuore a destra anziché a sinistra, ma senza problemi.

L’ufficio postale era il regno della Cisira dé Maschelch che quando era libera si metteva a tessere la tela fra il rumore ritmico dei pettini e della spoletta e venne affiancata da e’ Broz col compito di recapitare la corrispondenza ai destinatari sparsi nelf immensa campagna. E la posta era ponte invisibile con tutto il mondo: per gli affari, per i sentimenti, per le consuetudini. Durante le guerre si aspettava con ansia l’arrivo di un rigo dal fronte e al tempo di pace le ragazze intessevano storie d’ amore coi baci sotto il francobollo. Quelle cartoline venivano poi accostate, cucite e messe in mostra nella cucina come porta pettini.

I servizi sanitari erano assicurati dal dottore, dalla levatrice e dal veterinario, mentre contro la malaria si poteva comprare il chinino presso lo spaccio.

Il mulino era piazzato nel Centro del paese e aveva un ampio portico sul fronte e le stalle a lato. Funzionava a gas d’antracite e scaricava all’esterno l’acqua calda che serviva alle donne per lavare i panni e preparare la broda per le bestie. Nella corte vi si trebbiavano cereali, erba medica e trifoglio, mentre l’aria si riempiva di fumo insopportabile e di zanzare, le strade si ricoprivano di sterpaglia (i stroch) che i bambini andavano a rastrellare per il fuoco. Il portico proteggeva i discorsi della gente che vi si concentrava fra l’andirivieni dei carri.

I fabbri scaldavano sulla fucina i cerchioni di ferro per rivestire le ruote, i calzolai nella stagione calda cucivano le tomaie all’ombra delle siepi, i sarti si impegnavano particolarmente per i vestiti della domenica, le sarte per i vestiti da ballo. Il maniscalco teneva ben saldo lo zoccolo del cavallo per inchiodarvi il ferro lanciando maledizioni quando l’animale incominciava a scalciare e già avvertiva la concorrenza delle biciclette costruite dal meccanico con l’aureola del proprio marchio. La materassaia faceva di tutto: le imbottite, il paglione peri poveri, i materassi di lana peri ricchi, le carte per chi voleva conoscere il futuro; raccontava storie e le raccoglieva come prezioso anello della tradizione.

Nella bottega del barbiere invece la gente si metteva in riga con l’attualità, perché vi trovava i giornali di informazione e i settimanali più alla moda. Il posto d’onore era riservato alla “Domenica del Corriere” con le suggestive copertine di Beltrame, ma ad un certo momento fece la comparsa anche il “Mark’ Aurelio” che proponeva una forma di umorismo nuovo, sottile e scanzonato e che ebbe una qualche risonanza nei gusti dei giovani, mentre per le donne c’era “Novella”.

Nella Majèla si trovava il minuscolo laboratorio dell’orologiaio che avendo la vista debole guardava di straforo e quando Bramo ad Chinin gli portò la sveglia smontata da riparare aggiungendovi a tradimento una rotellina in più, la rimontò ben bene e non riusciva a capire perché funzionasse senza un ingranaggio. Porca ad qua e ad là sbottava, me an ho mai vest una sveglia c’la va senza una rudèla.

I contadini raccoglievano la canapa, la immergevano nei maceri, poi l’asciugavano e la battevano per separare la corteccia dai canapuli (i canarèl). La corteccia la portavano in paese dar Simegna che con pettini di ferro (i scavecc) ripulivano la fibra facendone grossi manelli per la filatura.

Ma forse il lavoro più ingrato era quello dei braccianti che aiutavano i contadini a diradare le bietole, a mietere e a trebbiare. Talvolta sotto il solleone si sentivano male. Se i sintomi erano leggeri, la gente diceva: U j è vnu un mezz zabaj, se erano gravi diceva: U j è vnu un zabaj e correva alla farmacia in città a prendere la mignatte perché gli succhiassero il sangue.

Quando i braccianti erano senza lavoro, partivano all’alba con l’asino e andavano nella valle o nella pineta a raccogliere cannello o rami di pino, a cercare funghi o prugnoli tornando alla sera pieni di stanch ezza, mentre Fiureti con la sua scalettina incominciava ad accendere i lampioni.

Davanti alle case i confini erano tracciati con siepi di tamerici e di sambuco intramezzati da gelsi che davano la foglia per i bachi da seta, perché ogni famiglia aveva pronti i cavalletti, i graticci (i gardèz) e le canne di sostegno per rimontare il castello nella camera da letto. Le donne covavano le minuscole uova nel calore del seno e quando le vedevano aprirsi depositavano i piccoli bachi sui graticci aspettando che fossero grandi per passarli nelle fascine dove si richiudevano nel bozzolo.

Se scoppiava la moria raccoglievano il mentastro, lo imbevevano di aceto e spruzzavano i castelli facendo gli scongiuri. I bozzoli li vendevano in piazza San Domenico in città pesandoli a libbre.

Tantissimi aspetti della vita del paese passavano sotto gli occhi di tutti e alcuni di questi venivano fissati nell’obiettivo fotografico di Cimbro che aveva imparato la tecnica da Casalboni in città, si era perfezionato nel corpo dell’aviazione durante la prima guerra mondiale e, al ritorno, aveva fatto uno studiolo con relativa camera oscura nella sua casetta a un tiro di schioppo dal crocevia.

Le casate

Ogni casata veniva riconosciuta più che dal cognome ufficiale da unsoprannome caratteristico che si tramandava di generazione in generazione ispirandosi di solito all’origine, o all’aspetto fisico, o a un paragone umoristico. In questo modo si trovavano a S. Giorgio: Maciùla (che corrisponde al cognome Pieri anche in altri luoghi del cesenate e forse deriva da maciulla che era la gramola da battere la canapa), Gamben (che corrisponde al cognome Ceredi, mentre altrove corrisponde a Zaffagnini), Buzaghin (per i Berardi, famiglia esistente nel cesenate prima del 1377, epoca del Sacco dei Bretoni) , Balsent, Rusin e Ruson, Bastin e Baston, Penza ad Fer, Sbrofa, Furmai, Saraca, Palunzen, S-ciadur, Parsighela, Gnula, Pirula, Calzeta, Figh niir, Sgarr, Mctrciond, Gambilen, Radisa, veta, Prugnin, Tond, Gagiula, Giavlet, Spaghet, Lion, Pirpeval (che significa Pier Paolo) e infine Bartnura, Frampules e Muntagna (chedenotano senza equivoci la provenienza).

Quando le famiglie patriarcali, che per gli Urbini raggiunsero persino il numero di 28 componenti in un nucleo di varie parentele, incominciavano a dividersi, nascevano ceppi nuovi con lo stesso soprannome alterato, cosicché da Urben si arrivo a Urbinin e Urbinon, da Scaten: Scatinin e Scatinon, da Muret: Muritin e Muriton.

Torre Malatestiana di S.GiorgioChiesa

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